Il vescovo paga le bollette della luce, il presidente dell’Assemblea regionale fa arrivare duemila euro a famiglia, sindacati e Federpesca raccolgono altri mille euro a testa, ma i familiari dei 18 pescatori di Mazara del Vallo arrestati due mesi fa dai libici, ancora detenuti in una caserma di Bengasi, non ce la fanno più a sopportare il silenzio calato su un intrigo internazionale sfociato in un processo del quale si ignora tutto.
Disperazione
Sarà per Covid ed
emergenze connesse, ma pochi si accorgono della disperazione di Rosetta
Ingargiola sfiorando questa donna di 74 anni raccolta in sé, per terra, davanti
a Montecitorio, un cartello in mano per protestare e ricordare il figlio Pietro
Marrone, 44 anni, comandante di uno dei due pescherecci sequestrati il primo
settembre dai libici di Khalifa Haftar, il «maresciallo» in lotta contro un
altro pezzo del Paese: «Loro si combattono e mio figlio è da 60 giorni in
carcere senza capire perché. Come non lo capisco io che un figlio di 24 anni ho
perso in mare per una tempesta e che adesso, vedova, aspetto solo il ritorno
dell’altro». Parla accanto a una bella ragazza tunisina di 24 anni che la
conforta, Insaf, lo stesso dolore, la stessa ansia: «Io voglio solo che mio
padre torni a casa. Ho il terrore che tutti dimentichino, qui a Roma. Anche
premier e ministri». Lo dice in perfetto italiano, ben integrata in Sicilia
dove il padre, Jemmali Farat, lavora come secondo motorista da anni per Marco
Marrone, l’armatore di uno dei due pescherecci trascinati con la minaccia delle
armi nel porto di Bengasi. Marrone, un ragazzone di trent’anni, sta pure lui in
trasferta di protesta a Roma insieme con un’altra ragazza, Maoires, anche lei
senza notizie del padre, Maomed Ben Haddata, un marinaio che definisce «un
sequestrato». Come fanno Cristina Amabilino per il marito Salvo Bernardo e
Rosaria Giacalone per il suo Onofrio, stesso cognome, direttore di macchina del
«Medinea».
Palazzi
romani
Ecco
la pattuglia che con tenda e sacchi a pelo prova a scuotere i Palazzi romani,
mentre gli altri familiari rimasti nell’isola assediano il municipio di Mazara
con il secondo armatore, Leonardo Gangitano, proprietario dell’«Artemide». Per
tutti il dramma è esploso con gli accorati allarmi lanciati via radio dagli
equipaggi di altri sette pescherecci di Mazara arrivati quel giorno con i primi
due a 60 miglia dalla costa libica. Per pescare il gambero rosso. «Rispettando
quindi la norma di non violare le dodici miglia dalla costa di altri Paesi»,
spiega Marrone. Ma c’è un pezzo di Libia che ha allungato a 74 miglia la linea
delle «sue» acque «territoriali». Autonomamente. Rivendicando un diritto da
nessuno riconosciuto. Anche sparando colpi di mitragliatrice. E bloccando
«Medinea» e «Artemide» mentre gli altri natanti riuscivano a disperdersi e
tornare a Mazara. Dove adesso sono tutti terrorizzati perché qualcuno sussurra
che alla violazione di ipotetici confini potrebbe aggiungersi la presunta
presenza a bordo di un po’ di droga. «Un’accusa infamante, se prendesse corpo»,
assicurano armatori e familiari temendo una trappola di milizie infide. Di qui
l’appello al premier Conte e al ministro Di Maio di scuotere i loro
interlocutori dall’altra parte del Mediterraneo.
Servizi
all’opera
«Ma
il premier ci ha ricevuti solo il 29 settembre in fretta assicurando il
possibile. Si parla di “Servizi” all’opera. Ma nulla accade», ripetono per
telefono la mamma, le due ragazze e le due mogli a chi è rimasto a Mazara. «Qui
ogni tanto passa un deputato, poi niente», si lamenta Marrone, preoccupato
anche da una ipotesi inquietante: «La cosa peggiore è sentir dire che possano
diventare merce di scambio per barattarli con quattro libici detenuti in
Italia». Un riferimento chiaro ai quattro partiti da Bengasi nel 2015,
condannati a 20 e 30 anni di carcere a Catania come assassini e trafficanti. Ma
indicati come vittime di un clamoroso errore «perché si tratta solo di
calciatori in cerca di fortuna», sostengono parenti e tifosi in contatto con
l’avvocato Cinzia Pecoraro che spera nella Cassazione, negando però ogni
negoziato: «Mai dalla Libia si è parlato di ostaggi. Una bufala». A ben altra
trattativa si affidano invece tutti. Compresi i due armatori che, «ovviamente
mettendo al primo posto le vite umane», sperano anche nella restituzione delle
imbarcazioni. «Perché senza non si può lavorare e vivere».
Fonte: Corriere.it - Felice Cavallaro
